Menopausa. La camminata regolare di 40 minuti alleata del cuore

Una camminata di 40 minuti con regolarità e a passo medio-veloce è alleata del benessere del cuore in menopausa. Questa abitudine è infatti associata a una riduzione del 25% circa del rischio di insufficienza cardiaca (o scompenso cardiaco), una condizione in cui il cuore diventa troppo debole per pompare abbastanza sangue da soddisfare i bisogni del corpo. Il beneficio sembra essere indipendentemente dal peso corporeo o dall’esercizio svolto oltre alle camminate.

A evidenziarlo è uno studio condotto da Somwail Rasla, cardiologo al Saint Vincent Hospital che l’ha svolto durante la sua permanenza alla Brown University. La ricerca sarà presentata all’American College of Cardiology’s 67th Annual Scientific Session e ha analizzato le camminate a piedi e gli esiti in termini di salute relativi a 89.000 donne in un periodo di oltre 10 anni.

I dati sono tratti dalla Women’s Health Initiative, un ampio studio sulla salute delle donne, che ha raccolto informazioni sulle abitudini e la salute salute dal 1991 al 2005 di partecipanti che avevano tutte tra i 50 e i 79 anni al momento dell’inizio della ricerca. Gli studiosi hanno anche valutato il dispendio energetico complessivo delle donne mentre camminavano, tramite un calcolo noto come Metabolic Equivalent of Task (MET).

E’ emerso che quelle che facevano totalizzare i risultati migliori avevano il 25% in meno di probabilità di sviluppare insufficienza cardiaca rispetto a coloro che invece si collocavano al livello più basso. Frequenza, durata e velocità della camminata contribuivano in egual misura a questo beneficio complessivo. Le donne che camminavano almeno due volte alla settimana avevano un rischio di scompenso cardiaco inferiore del 20-25% rispetto a coloro che lo facevano meno frequentemente. Chi camminava per 40 minuti o più aveva un rischio inferiore del 21-25% rispetto a chi invece faceva passeggiate più brevi e anche il ritmo della camminata faceva la differenza.

Fonte: ANSA

Proteine sì o no ? Le raccomandazioni dei pediatri

I bambini di età inferiore ai 3 anni non devono superare il 12% di apporto proteico giornaliero. Dai 3 anni in poi, è bene rimanere nell’intervallo di riferimento 12-18% sulle calorie giornaliere. Il pericolo di un consumo eccessivo può portare a complicanze a livello renale, sovrappeso/obesità e modifiche dell’appetito.

Queste le raccomandazioni della Sipps (Società italiana di pediatria preventiva e sociale) per un corretto consumo di proteine, diramate nell’ambito del progetto di educazione nutrizionale Nutripiatto, in collaborazione con Nestlé.

Sono 5 le categorie alimentari considerate fonte primaria di proteine: carne, uova, pesce, legumi, latte e derivati. La giusta ripartizione nell’arco di una settimana, per soddisfare i fabbisogni nutrizionali, dovrebbe prevedere, secondo la Sipps, 4 porzioni di legumi, 4 di pesce, 1 uovo, 1 porzione di carne rossa, 2 porzioni di carne bianca e 2 porzioni di formaggio.

“È di estrema importanza prestare attenzione al nostro introito proteico e consumare una sola fonte primaria di proteine a ogni pasto, da scegliere, dunque, tra legumi, carne, pesce, uova o latte e derivati, ma mai combinandole nello stesso pasto”, sottolinea Giuseppe Di Mauro, presidente Sipps. “Troppo spesso si eccede nel consumo di proteine senza rendersene conto, come nel caso del panino con formaggio e prosciutto. Le proteine svolgono un ruolo di base nel mantenimento di un buono stato di salute pertanto, nel rispetto generale di sane abitudini alimentari, la costante attenzione alla frequenza di rotazione consigliata delle fonti proteiche, unitamente al consumo di porzioni equilibrate, è in grado di preservare e promuovere la salute dei nostri bambini.”

Le proteine, dopo l’acqua, costituiscono la parte maggiore dei tessuti per questo sono uno dei principali alimenti indispensabili nella dieta dell’uomo. Hanno una funzione prevalentemente plastica, garantendo sviluppo, conservazione e ripristino delle cellule e, in misura minore, energetica. In particolare, i fabbisogni proteici di bambini e adolescenti, tra 1 e 17 anni, sono calcolati per soddisfare le richieste necessarie per la crescita e per il mantenimento di una massa proteica in progressivo aumento.

“Le proteine non sono tutte uguali”, conclude Leo Venturelli, responsabile comunicazione Sipps. “Quelle di origine animale si definiscono complete, in quanto una singola porzione dell’alimento che le veicola è in grado di soddisfare pienamente il fabbisogno dell’organismo in termini proteici. Al contrario, le proteine derivanti da fonti vegetali quali i legumi si definiscono incomplete. In tal caso, una singola porzione non copre i fabbisogni proteici dell’organismo; per raggiungerli, è necessario consumare insieme un’altra fonte alimentare. Il classico consumo di pasta e fagioli è l’esempio principe di questo concetto: combinando le proteine dei legumi con i cereali la qualità proteica viene migliorata per via di una reciproca integrazione, permettendo di raggiungere il fabbisogno proteico ideale”.

 

FONTE: nutrientiesupplementi.it

Una sola notte insonne porta all’aumento della molecola dell’Alzheimer

Anche da giovani una sola notte di sonno persa potrebbe avere effetti sul cervello: infatti, è risultata legata all’aumento nel sangue della concentrazione della proteina ‘tau’ (una molecola tossica per il cervello se in grandi quantità e un possibile marcatore del rischio di malattia di Alzheimer nel sangue).

Lo rivela uno studio pilota pubblicato sulla rivista Neurology e condotto presso l’Università di Uppsala in Svezia coinvolgendo un gruppo di giovani maschi sani. “Molti di noi fanno esperienza di carenza di sonno almeno qualche volta nella propria vita, per svariati motivi che vanno dai disturbi del sonno da fuso orario (jet lag) o dal lavoro notturno e a turni, o per problemi di insonnia anche occasionale” – ha sottolineato l’autore del lavoro Jonathan Cedernaes.

“Il nostro studio esplorativo mostra che anche in individui giovani e sani, perdere una sola note di sonno aumenta la concentrazione di tau nel sangue, suggerendo che nel tempo, tale carenza di sonno potrebbe avere effetti negativi”. In questo studio il campione è stato tenuto nel laboratorio per diverse notti, in alcune delle quali era libero di dormire normalmente, in altre, invece, era tenuto sveglio in una stanza illuminata a leggere, vedere la TV e giocare.

Prelievi di sangue sono stati effettuati a più riprese testimoniando un aumento della concentrazione della proteina tau del 17% nelle notti insonni. Resta da capire se questo aumento sia duraturo nel tempo e se rifletta un aumento del rischio di ammalarsi di demenza, specie quando la mancanza di sonno è un’esperienza ricorrente nel tempo.

 

Fonte: ANSA

Quercetina, crescono le evidenze di protezione cardiovascolare

La quercetina, uno dei flavonoidi più comuni e presente in diverse piante e alimenti tra cui cipolle, , mele e vino rosso, è un efficace antipertensivo, in grado anche di aumentare il c-Hdl e diminuire i trigliceridi.

Il lavoro ha preso in esame ben 17 trial clinici, per un totale di circa un migliaio di partecipanti, tutti condotti al fine di valutare l’impatto della quercetina su alcuni indicatori di rischio cardio-metabolico quali ipertensione, dislipidemia e disglicemia.

“Esistono ormai diverse evidenze del fatto che l’integrazione con quercetina piuttosto che una dieta ricca di alimenti contenenti questo flavonoide apportino benefici in virtù di effetti anticoagulanti, antinfiammatori, antipertensivi e di miglioramenti dei profili glicemici e lipidici” sottolineano gli autori. “Tuttavia, i risultati degli studi sull’uomo non sono sempre coerenti e vi è carenza di metanalisi in quest’ambito. Il nostro lavoro ha voluto fornire una sorta di istantanea delle attuali conoscenze sugli effetti clinici della quercetina nei pazienti con malattia cardiovascolare e di offrire spunti per future raccomandazioni dietetiche”.

“Gli effetti favorevoli sulla pressione arteriosa da noi rilevati supportano l’uso della quercetina come terapia aggiuntiva nei pazienti con ipertensione” commentano gli autori. “I benefici risentono ovviamente della formulazione, del dosaggio e del periodo di assunzione. Le analisi per sottogruppi hanno mostrato chiari vantaggi per periodi di assunzione entro le otto settimane con dosaggi non inferiori a 100 g/die. I potenziali meccanismi in causa sono diversi. Alcuni ricercatori hanno proposto un’azione sul sistema renina-angiotensina piuttosto che sul sistema nervoso autonomo o, ancora, la sensibilizzazione della componente parasimpatica del baroriflesso nonché la riduzione della resistenza dei vasi sanguigni.

Sul fronte lipidi, sono emerse indicazioni interessanti per approfondimenti futuri. Si è infatti riscontrato che l’assunzione di quercetina per almeno otto settimane aumenta notevolmente i livelli di c-Hdl in media di 0,08 mmol/L mentre riduce quelli di Tg di 0,38 mmol/L, risultati che suggeriscono un beneficio clinico potenzialmente rilevante in caso di consumo giornaliero”.

In generale, non sono stati osservati importanti effetti collaterali legati all’uso di quercetina con l’auspicio conclusivo da parte degli autori che “quanto prima possano essere condotti trial clinici su ampia scala per arrivare a definire l’impatto a lungo termine del consumo di quercetina sulla prevenzione di eventi cardiovascolari.

 

FONTE: nutrientiesupplementi.it

Le promesse della curcumina come antitumorale

I benefici terapeutici della curcumina sono stati dimostrati in diverse malattie croniche, da quelle reumatiche a quelle infiammatorie, dalla sindrome metabolica alle epatopatie, all’obesità, alle malattie neurodegenerative e, soprattutto, in diversi tumori.

“Come risultato di una recente ricerca bibliografica, abbiamo trovato circa 5 mila articoli scientifici su curcumina e cancro negli ultimi 40 anni, con effetti anti-tumorali legati soprattutto alle sue proprietà antiossidanti e antinfiammatorie”, sottolineano gli autori Antonio Giordano e Giuseppina Tommonaro. “Il ruolo come agente antitumorale, da solo o in combinazione con altri farmaci, sembra legato all’azione esercitata su diverse vie di comunicazione intracellulare nonché su bersagli molecolari coinvolti nei processi di sviluppo di tumori quali quelli a mammella, polmone, pancreas, intestino e prostata. Nello specifico, la curcumina è in grado di modulare l’azione di fattori di crescita, citochine, fattori di trascrizione e geni che regolano proliferazione e apoptosi cellulare”.

Di recente la curcumina si è resa protagonista di diverse indagini. In uno studio clinico di fase I, è stata impiegata come monoterapia a somministrazione orale in 15 pazienti con carcinoma del colon-retto. Gli autori hanno riportato lo sviluppo di diarrea significativa in due pazienti mentre in altri due la malattia ha mostrato stabilità dopo due mesi di trattamento.

La curcumina è attualmente sotto indagine per l’impiego in monoterapia e in associazione con paclitaxel nel carcinoma mammario primario e metastatico, e, in confronto a placebo, per valutare la capacità di arresto della progressione del carcinoma prostatico localizzato a basso rischio.

In un altro studio clinico di fase II, la si sta valutando come adiuvante in pazienti con carcinoma cervicale avanzato e/o refrattario, carcinoma endometriale o sarcoma uterino trattati con un cocktail immunomodulante (vitamina D, Asa, ciclofosfamide e lansoprazolo), seguito da pembrolizumab combinato con radioterapia.

Tossicità e biodisponibilità

L’impiego di curcumina non è però immune da effetti collaterali, tra cui spiccano nausea, diarrea, cefalea e comparsa di feci gialle. Inoltre, rimane aperta la questione legata alla scarsa biodisponibilità dovuta a limitato assorbimento, rapido metabolismo ed eliminazione per via sistemica, che ne limita l’efficacia. Diverse ricerche sono state indirizzate allo sviluppo di sistemi innovativi di rilascio nel tentativo di migliorarne la farmacocinetica, a partire dalla messa a punto di analoghi a maggiore biodisponibilità, piuttosto che di sistemi di veicolazione tramite nanoparticelle.

A conclusione della review, gli autori ci tengano a ribadire come, allo stato attuale, siano comunque necessari ulteriori studi per validare la curcumina come efficace agente antitumorale.

FONTE: nutrientiesupplementi.it

Coronavirus di Wuhan

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I coronavirus sono una vasta famiglia di virus noti per causare malattie che vanno dal comune raffreddore a malattie più gravi come la sindrome respiratoria mediorientale (MERS) e la sindrome respiratoria acuta grave (SARS).

Il nuovo coronavirus nCoV-2019 noto come il Virus di Wuhan, è un nuovo ceppo di coronavirus che non è stato mai identificato prima nell’uomo.

Sintomi

I sintomi più comuni consistono in febbre, tosse secca, mal di gola, difficoltà respiratorie. Le informazioni attualmente disponibili suggeriscono che il virus possa causare sia una forma lieve, simil-influenzale, che una forma più grave di malattia. Nei casi più gravi, l’infezione può causare polmonite, sindrome respiratoria acuta grave, insufficienza renale e persino la morte.

 

Una forma inizialmente lieve può progredire in una forma grave, soprattutto in persone con condizioni cliniche croniche preesistenti, come ipertensione e altri problemi cardiovascolari, diabete, patologie epatiche e altre patologie respiratorie; anche le persone anziane potrebbero essere più suscettibili alle forme gravi.

Trattamento
Essendo una malattia nuova, ancora non esiste un vaccino. Non esiste un trattamento specifico per la malattia causata da un nuovo coronavirus. Il trattamento deve essere basato sui sintomi del paziente. La terapia di supporto può essere efficace.

Domande e risposte…

Gli uomini possono essere infettati da un nuovo coronavirus di origine animale?
Indagini dettagliate hanno scoperto che, in Cina nel 2002, SARS-CoV è stato trasmesso dagli zibetti agli uomini e, in Arabia Saudita nel 2012, MERS-CoV dai dromedari agli uomini. Numerosi coronavirus noti circolano in animali che non hanno ancora infettato esseri umani. Man mano che la sorveglianza migliora in tutto il mondo, è probabile che vengano identificati più coronavirus.

I coronavirus possono essere trasmessi da persona a persona?
Sì, alcuni coronavirus possono essere trasmessi da persona a persona, di solito dopo un contatto stretto con un paziente infetto, ad esempio tra familiari o in ambiente sanitario.

Esiste un vaccino per un nuovo coronavirus?
No, essendo una malattia nuova, ancora non esiste un vaccino e per realizzarne uno i tempi possono essere anche relativamente lunghi.

Esiste un trattamento per un nuovo coronavirus?
Non esiste un trattamento specifico per la malattia causata da un nuovo coronavirus. Il trattamento deve essere basato sui sintomi del paziente. La terapia di supporto può essere molto efficace.

Cosa posso fare per proteggermi?
Le raccomandazioni per ridurre l’esposizione e la trasmissione di una serie di malattie respiratorie comprendono il mantenimento dell’igiene delle mani (lavare spesso le mani con acqua e sapone o con soluzioni alcoliche) e delle vie respiratorie (starnutire o tossire in un fazzoletto o con il gomito flesso, gettare i fazzoletti utilizzati in un cestino chiuso immediatamente dopo l’uso e lavare le mani), pratiche alimentari sicure (evitare carne cruda o poco cotta, frutta o verdura non lavate e le bevande non imbottigliate) ed evitare il contatto ravvicinato, quando possibile, con chiunque mostri sintomi di malattie respiratorie come tosse e starnuti.

Quali sono i rischi di propagazione in Europa?
La valutazione del rischio da parte dell’OMS è considerata molto alta in Cina, alta a livello regionale e globale.

La probabilità di introduzione del virus nell’UE è considerata moderata da parte del Centro europeo per il controllo delle malattie (ECDC). In questa fase dell’epidemia in corso a Wuhan e nella provincia di Hubei in Cina, si possono verificare alcuni casi importati in Europa e di conseguenza una trasmissione locale (limitata). Un singolo caso rilevato in un Paese europeo non cambia il quadro complessivo della valutazione che resta di moderata probabilità di importazione di casi di 2019-nCoV nei Paesi europei (UE/EEA). Poiché a livello globale vengono segnalati sempre più casi, ciò aumenta anche la probabilità di casi sporadicamente importati anche nei Paesi europei (UE/EEA).

Come si contrae questo coronavirus?
La trasmissione da uomo a uomo è stata confermata, ma sono necessarie ulteriori informazioni per valutare la portata di questa modalità di trasmissione . La fonte dell’infezione non è nota e potrebbe essere ancora attiva. Pertanto, la probabilità di infezione per i viaggiatori in visita a Wuhan che hanno uno stretto contatto con individui sintomatici è considerata moderata.

Quale misura sanitaria specifica per i viaggiatori è stata avviata nel nostro Paese?
Tutti i voli da Wuhan sono stati cancellati. Le celebrazioni per il capodanno cinese a fine gennaio aumenteranno il volume dei viaggi da / verso la Cina e all’interno della Cina, aumentando così la probabilità di arrivo di casi nell’UE.

Su tutti i voli provenienti dalla Cina vengono effettuati controlli all’arrivo, che comprendono la misurazione della temperatura e la raccolta di informazioni dai cittadini.

Le indagini sull’epidemia sono in corso e poiché si tratta di una situazione emergente e in rapida evoluzione, le informazioni verranno aggiornate ogni volta che vi siano informazioni rilevanti .

È stato predisposto materiale informativo da affiggere negli aeroporti per informare i viaggiatori internazionali.

INTERVISTA AL Dott: Garofalo ALS Toscana.

Testo tratto dal sito del Ministero della salute www.salute.gov.it

Cioccolato… Benefici ed avvertenze

Il cioccolato va consumato sempre con una certa moderazione, soprattutto nei periodi di festa in cui si tende a mangiare in generale di più e piatti più elaborati. Tuttavia, il suo consumo può avere effetti positivi sulla salute grazie ad alcuni componenti particolari contenuti nella polvere di cacao.

Le due versioni più note sono il cioccolato fondente e quello al latte: nel primo caso l’ingrediente caratterizzante è il cacao in percentuale elevata. Il latte è assente ma la sua presenza distingue l’altra versione, quella al latte appunto, più ricca in generale di zuccheri, di proteine e di grassi totali (i grassi del latte infatti si aggiungono a quelli caratteristici del burro di cacao, ottenuto direttamente dalla spremitura del seme).

Nella varietà fondente la presenza di zucchero è più contenuta, a favore di una maggior contenuto di cacao che conferisce un sapore molto amaro e a volte astringente. Da un punto di vista energetico il cioccolato fondente apporta una quantità di calorie inferiore.

Il cacao, volendo parlare di alcuni effetti positivi sulla salute, è l’elemento che fa la differenza perché ricco di flavonoli, la cui attività in vitro e in vivo è oggi molto studiata. Una prima evidenza però è che la lavorazione che porta ad ottenere il prodotto-cioccolato può diminuire le quantità di tali molecole nel cacao, relativizzando i benefici ipotizzati.
Ai polifenoli e in particolari ai flavonoli che nel solo cacao – non lavorato – sono in quantità persino superiore a quelli del tè e caffè, si attribuiscono effetti antiossidanti e antinfiammatori. Molti autori sono concordi sulla necessità di effettuare studi meglio disegnati, nei quali, per esempio, si distingua secondo la tipologia di cioccolato consumato, ma la letteratura dà comunque evidenze di effetti positivi su alcune patologie cardiovascolari: la riduzione dell’ossidazione dei grassi nel sangue spiegherebbe la protezione dai danni da radicali liberi, verso vasi sanguinei e cuore.
Oltre al ruolo dei polifenoli, la composizione del cioccolato però è interessante per i valori di alcuni minerali (potassio e magnesio) che hanno un effetto positivo sul controllo della pressione; il cioccolato favorisce l’attività della serotonina, neurotrasmettitore con attività antidepressiva; mentre la teobromina e le piccole quantità di caffeina contenute possono dare sollievo al senso di stanchezza e di spossatezza (125g di cioccolato apporterebbero tanta caffeina quanto quella di una tazza di caffe).
Il consiglio è comunque quello di consumarlo in quantità moderata, nell’ambito di una dieta equilibrata e di uno stile di vita attivo, scegliendo preferibilmente cioccolato con alte quantità di cacao (dal 70% e oltre), abituandosi al sapore amaro per gradi.

Attenzione alla contemporanea assunzione di farmaci specifici: secondo Aifa, il contenuto in caffeina può potenziare l’effetto di alcuni stimolanti (metilfenidato), e ostacolare quello di sedativi-ipnotici (zolpidem). Infine, il cioccolato dovrebbe essere limitato anche in caso di assunzione di inibitori delle monoaminoossidasi, se usati come ansiolitici antidepressivi.

Articolo di Francesca De Vecchi

Cibi fermentati e probiotici. Morelli: «Devono diventare abitudine quotidiana»

Perché tanto interesse per i probiotici, i prebiotici, i postbiotici e i nuovi alimenti?

È questa la domanda che abbiamo posto a Lorenzo Morelli, Direttore DiSTAS dell’Università Cattolica del Sacro Cuore Piacenza – Cremona, in occasione della 10ª edizione del congresso Probiotics, prebiotics & new foods di Roma. Ecco cosa ci ha risposto.

 

Il legame tra artrosi e obesità scavalca le generazioni

Essere obesi non aumenta solo la probabilità di ammalarsi in prima persona di artrosi ma influenza anche il rischio per le generazioni future.
A dimostrare che il legame si trasmette a figli e nipoti è uno studio pubblicato sulla rivista Arthritis & Rheumatology. I ricercatori della Washington University School of Medicine di St. Louis hanno studiato 120 topi diventati obesi dopo essere stati nutriti con una dieta ricca di grassi e hanno scoperto che questi animali avevano un elevato rischio di artrosi, il tipo più comune di artrite. Sorprendentemente, hanno anche scoperto che la prole di questi topi, anche se nutrita con una dieta a basso contenuto di grassi, tendeva a guadagnare il 20% in più di peso ed erano a maggior rischio di artrosi rispetto alla progenie di topi che non avevano consumato una dieta ricca di grassi. Lo stesso valeva anche per la terza generazione, che aveva il 10% in più di peso.
“Le artriti stanno colpendo molte più persone rispetto al passato, oltre 250 milioni di persone in tutto il mondo, e questi risultati suggeriscono che l’obesità può aiutare a spiegare perché questa condizione stia diventando molto più comune”, afferma il ricercatore senior Farshid Guilak, professore di chirurgia ortopedica.
I cambiamenti nel carico meccanico che si verificano con l’obesità non sembrano essere i principali fattori di rischio per l’artrite. A svolgere un ruolo determinante è, invece, l’infiammazione: nei topi obesi, come nei loro figli e nipoti, erano presenti quantità più elevate di cellule infiammatorie, chiamate citochine, collegate a una varietà di problemi, tra cui l’artrite. “Consumare una dieta ricca di grassi cambia il modo in cui funzionano i geni e questo viene quindi trasferito alle generazioni successive”, conclude Guilak.
(ANSA).

Olio di pesce, cavolo e spinaci contro sintomi osteoartrite

È con piccoli cambiamenti nella dieta quotidiana che si possono contrastare almeno in parte i sintomi dell’osteoartrite, la forma di artrite più diffusa al mondo e di cui si stima soffriranno entro il 2050 130 milioni di persone. Ad esempio, un grammo di olio di pesce al giorno potrebbe aiutare a ridurre il dolore ma anche il consumo di alcuni cibi che contengono vitamina K, come cavolo, spinaci e prezzemolo può portare benefici.

Lo rileva uno studio dell’Università del Surrey, pubblicato sulla rivista Rheumatology, che ha esaminato 68 ricerche precedenti sul tema della dieta e della gestione di questa patologia. Dall’analisi è emerso che un supplemento di olio di pesce a basse dosi potrebbe portare una riduzione del dolore nei pazienti e contribuire a migliorare la loro salute cardiovascolare.

Gli acidi grassi essenziali presenti nell’olio di pesce riducono infatti l’infiammazione delle articolazioni, contribuendo ad alleviare i fastidi. Non solo: secondo i risultati dell’esame dei dati anche una riduzione del peso nei pazienti che sono obesi o in sovrappeso, introducendo degli allenamenti specifici su misura per la mobilità, potrebbe attenuare i sintomi. Adottare uno stile di vita più sano – rilevano ancora gli studiosi- può servire anche a ridurre i livelli di colesterolo nel sangue, che se alti sono legati proprio all’osteoartrite.

Si è inoltre riscontrato che un aumento nella dieta degli alimenti ricchi di vitamina K può fare bene. La vitamina K è necessaria – evidenziano i ricercatori – per le proteine che vi dipendono, che si trovano nell’osso e nella cartilagine. Un apporto inadeguato di questa vitamina ne influenza negativamente il funzionamento, con conseguenze sulla crescita ossea e sulla riparazione.

(ANSA)

Parkinson, un ‘vecchio’ farmaco potrebbe frenare la malattia

Un farmaco in uso per un problema della prostata molto comune (l’ipertrofia prostatica benigna, ovvero l’ingrossamento della ghiandola prostatica) potrebbe rallentare il decorso del morbo di Parkinson, ostacolando la neurodegenerazione e la perdita di cellule nervose: potrebbe addirittura prevenire la malattia.

È la speranza che arriva da un lavoro sul Journal of Clinical Investigation, di scienziati della University of Iowa che stanno allestendo una prima sperimentazione clinica su pazienti con Parkinson con il farmaco (Terazosina), proprio in virtù del fatto che, essendo già in uso, ha già “dalla sua” tantissimi dati di sicurezza.

Gli esperti hanno compreso il potenziale della molecola vedendo che ha un’azione su un enzima importantissimo per il benessere delle cellule, ‘PGK1‘, che serve per produrre energia. Disfunzioni a suo carico sembrano avere un ruolo nei processi neurodegenerativi. Di qui l’idea di testarlo su animali con Parkinson.

«Quando abbiamo testato il farmaco su vari modelli animali di malattia, tutti hanno manifestato dei miglioramenti – ha spiegato Lei Liu, uno degli autori. La coordinazione motoria degli animali è migliorata e contemporaneamente anche i segni molecolari della neurodegenerazione». Gli esperti hanno visto che il farmaco preveniva la neurodegenerazione se somministrato prima dell’esordio della malattia; rallentava o fermava del tutto i processi neurodegenerativi se somministrato dopo il loro esordio.

Gli esperti hanno infine esaminato un database di pazienti con Parkinson vedendo che chi assumeva Terazosina per la prostata mostrava una prognosi migliore rispetto a coloro che assumevano, un altro farmaco per la prostata con differente meccanismo d’azione. Il prossimo passo è dunque testare la Terazosina su pazienti con Parkinson per vedere se il farmaco è in grado di migliorare il quadro della malattia e rallentarne il decorso.

(ANSA)
Art di Federfarma.it

Pelle secca.. Addio !

Usare cosmetici adatti è un ottimo inizio per combattere la pelle secca del viso e anche del corpo. Ma non basta, anche in questo caso occorre fare cultura e insegnare alcune ritualità che possono migliorare la salute della pelle, rendendola meno opaca e più morbida.

Innanzitutto la detersione, che va sempre fatta con acqua tiepida, mai troppo calda, utilizzando detergenti non schiumogeni. Per la pelle secca è sempre da preferire un latte detergente rispetto a un gel o a un’acqua micellare, se non quelle specifiche. Il Latte detergente invece, utilizzato con un batuffolo di cotone è perfetto.

Il consiglio ulteriore è quello di non utilizzare l’acqua del rubinetto, spesso troppo ricca di calcare e di cloro. Al posto di questa, il consiglio è quello di utilizzare ad esempio dell’acqua termale o un tonico specifico per rimuovere i residui del latte detergente.

Se la pelle tende alla cheratosi, all’esfoliazione, per la detersione è ottimale utilizzare oli vegetali , a temperatura ambiente o leggermente caldi, da utilizzare anche sul corpo prima del bagno o della doccia.

Stesso discorso vale per le mani, che tendono spesso ad essere molto secche: per questo è meglio limitare la frequenza del lavaggio e l’utilizzo di detergenti aggressivi.

Come spiega Giulia Penazzi nel suo libro Come sono fatti i cosmetici, per le pelli che tendono ad essere secche, sono da preferire come cosmetici le emulsioni più leggere tipo olio in acqua, ricche di oli vegetali, fattore idratante naturale ricostituito e urea. Per le pelli invece molto secche si consigliano anche emulsioni acqua in olio, grazie alla loro caratteristica filmogeno-protettiva nei casi di arrossamento e irritazione.

Per le mani invece, in caso di secchezza eccessiva ed esfoliazione, è meglio utilizzare prodotti specifici con oli minerali o oli vegetali e concentrati ad azione barriera.

Mai dimenticare il consiglio di un Omega 6 o 9, quale la borragine o la la perilla. L’azione interna infatti di questi Omega aiuta tantissimo in caso di pelle secca, anche del bambino.

Depressione.. quando Omega-3 e folati migliorano le cure

Non è dimostrato che compresse di magnesio possano essere di beneficio per la salute mentale, mentre è confermata l’efficacia di integratori di Omega-3 come trattamento complementare contro la depressione e dei supplementi di folati per grave depressione e schizofrenia.


Sono le principali conclusioni della più estesa rassegna al mondo dei supplementi nutritivi in psichiatria, condotta dall’Istituto di Ricerca sulla Salute dell’Università di Western Sydney. La ricerca, guidata dal docente di salute mentale integrativa Jerome Sarris e appena pubblicata sulla rivista World Psychiatry, ha analizzato i dati di più di 10 mila persone con disturbi di salute mentale, raccolti attraverso 33 sperimentazioni randomizzate.


«Mancano prove convincenti che i supplementi di magnesio aiutino nel trattamento di qualsiasi disturbo mentale», scrive Sarris. «Benché la deficienza di magnesio tenda a essere più comune in persone con condizioni psichiatriche, non è provato che il minerale sia di aiuto al trattamento», aggiunge. Ci sono invece evidenze più solide sull’uso di supplementi di omega-3 per il trattamento della depressione. Usate in combinazione con antidepressivi, li rendono più efficaci rispetto alla somministrazione dei soli farmaci.

Alcuni studi indicano inoltre che ci siano modesti benefici nel trattare i sintomi di disturbo dell’attenzione, ma non nel trattare schizofrenia o altre condizioni. Infine i folati sarebbero d’aiuto associati alle cure per grave depressione e schizofrenia. L’analisi ha inoltre osservato evidenze emergenti sull’utilità dell’integratore N-acetilcisteina nel trattamento di disturbi dell’umore e della schizofrenia. (ANSA)

ART. di Federfarma.it

Gambe pesanti? Valutiamo lo stile di vita

Mi alzo dal letto e mi ritrovo le gambe pesanti come se la mia corsa mattutina giornaliera l’avessi già fatta nei miei sogni. Decido di indossare comunque le scarpette da running ed esco, generando passo dopo passo una riattivazione naturale del mio microcircolo, una sensazione di leggerezza sempre più dirompente, una piacevole voglia di aumentare il ritmo.

Si parla di insufficienza venosa quando si manifestano sintomi come gambe pesanti, formicolii e affaticamento, caviglie e polpacci gonfi con sempre più evidenti reticoli di capillari superficiali dilatati (teleangectasie), fino a comparire, nei casi più gravi, varici di alcuni tratti delle vene con aspetto nodoso e tortuoso. Lo stile di vita può migliorare notevolmente questa situazione: raramente l’insufficienza venosa, infatti, compare tra le persone normopeso che seguono, per abitudine, un’alimentazione ricca di fibre e povera di cibi raffinati. La scarsa concentrazione di fibre nella dieta da supermercato tipica dei prodotti raffinati lavorati dall’industria, infatti, induce uno sforzo maggiore della muscolatura intestinale per garantire l’evacuazione giornaliera, ostacolando il flusso in salita dalle gambe verso il cuore, il che può indebolire significativamente la parete dei vasi, generando vene varicose ed emorroidi, infiammazione intestinale e diverticoli. Via libera, dunque, alle fibre per chi soffre di problematiche vasali, sia quelle contenute in frutta fresca e verdura di stagione, ma anche quelle che ritroviamo in legumi e cereali integrali.

Tra gli alimenti particolarmente indicati per aumentare l’integrità delle pareti venose spiccano senza dubbio i piccoli frutti estivi ricchi di flavonoidi come ciliegie, frutti di bosco, mirtilli neri, more, ribes. Questi frutti sono ricchissimi di antocianidine, bioflavonoidi in grado di aumentare la resistenza dei piccoli vasi, contrastare la permeabilità capillare e ridurre le infiammazioni a carico del tessuto connettivo. Altri cibi molto ricchi di flavonoidi sono i chicchi integrali di grano saraceno e orzo, gli asparagi, la scorza degli agrumi, il vino rosso, la menta piperita: in essi, la rutina e la quercetina svolgono un ruolo importante nel rafforzamento delle pareti dei vasi, riducendo sintomi da sanguinamento e gonfiori agli arti inferiori.

Alcuni ultimi studi, hanno evidenziato che chi soffre di insufficienza venosa mostra una minor capacità di degradazione della fibrina, una sostanza che interviene nella coagulazione nel sangue. E’ dunque buona abitudine aumentare il consumo di alimenti che favoriscono l’attività fibrinolitica del sangue (ossia di degradazione della fibrina): peperoncino, aglio, cipolla, zenzero, ananas, radicchio e ortaggi della famiglia delle crucifere, come broccolo, cavolfiore, broccoletti di Bruxelles contengono flavonoidi e vitamina C, dotati di proprietà vaso-protettrici e antinfiammatorie.

Per chi soffre di problematiche al microcircolo, è fondamentale non trascurare l’attività fisica, evitando così lo stazionamento per lungo tempo e la sedentarietà. In particolare, la camminata, la pedalata in bicicletta, il jogging e il nuoto risultano utili per la contrazione dei muscoli del polpaccio che spinge il sangue accumulato in circolo; la respirazione profonda, inoltre, grazie al movimento aspirante del diaframma, facilita il ritorno del sangue ed evita i ristagni. La mia corsa leggera giornaliera è stata fatta, mi preparo i mirtilli che userò come spuntino e sono pronta per la giornata, buon lunedì di fine luglio a tutti!

 

ART. di FARMACISTA33.it

Il ruolo degli integratori nei malati di cancro

Un corretto regime alimentare nel malato oncologico è un aspetto fondamentale per la sua sopravvivenza: il 20% di questi pazienti non riesce a sconfiggere la neoplasia per le gravi conseguenze della malnutrizione. L’inappetenza e la relativa perdita di peso non sono però effetti collaterali del tumore a cui rassegnarsi, anche perché una dieta sana ed equilibrata contribuisce a ridurre la tossicità indotta dalla radio-chemioterapia, migliora la sensibilità delle cellule tumorali al trattamento antineoplastico, rinforza le difese dell’organismo, diminuisce la frequenza e la durata dei ricoveri e previene le complicanze post-operatorie e la depressione.

Come prima cosa è quindi necessario tenere sotto controllo il regime alimentare del paziente con tumore, in modo che non compaiano i sintomi tipici dell’anoressia.
Chi non mangia abbastanza, soprattutto chi perde peso, necessita di una dieta ricca di proteine e calorie. Il consulto con uno specialista del settore nutrizionale è consigliabile per impostare una dieta che reintegri l’organismo del paziente oncologico di tutte quelle sostanze di cui è carente.
Al proposito, in commercio si trovano prodotti di grande utilità per rinforzare la dieta del malato oncologico: integratori, supplementi nutrizionali e nutraceutici sono molto indicati nei soggetti che hanno difficoltà a ingerire cibi solidi.

Gli integratori sono un’ottima soluzione se il malato ha carenze nutritive particolari e ben si prestano a essere aggiunti a latte, bevande, minestre ecc. Possono soltanto aumentare l’introito calorico o apportare le proteine e/o le vitamine che il malato oncologico non riesce ad assimilare con la dieta.

I supplementi nutrizionali orali sono invece bevande già pronte, bilanciate dal punto di vista calorico, proteico, vitaminico e minerale, acquistabili in farmacia dietro prescrizione medica.
I nutraceutici, infine, svolgono un ruolo insostituibile nell’accelerare il recupero del peso e del tono muscolare nel malato e nel contrastare il senso di spossatezza così frequente in questi pazienti: i nutraceutici raccomandati nei soggetti con tumore sono aminoacidi a catena ramificata, acido eicosapentaenoico (Epa) e carnitina.

 

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Caffè: sveglia la longevità

Il caffè non tiene solo svegli, ma è anche un passepartout per la longevità: infatti uno studio su 400 mila persone mostra che gli amanti della tazzina vivono più a lungo in media di chi invece non beve caffè.

Secondo quanto riferito sul New England Journal of Medicine il caffè riduce il rischio di morte per malattie cardiache, ictus, infezioni, lesioni o incidenti. Lo studio è stato condotto da ricercatori del National Cancer Institute presso i National Institutes of Health americani guidati da Neal Freedman.

I ricercatori hanno consultato i registri nazionali per monitorare i decessi nel periodo del monitoraggio e le cause di morte. All’inizio dello studio tutti i partecipanti hanno risposto a domande sul proprio stile di vita, abitudini alimentari e non solo. È emerso che (a parità di altre abitudini negative come fumo etc) gli uomini che bevono da 2 a 6 caffè al giorno hanno un rischio di morte ridotto del 10% rispetto ai coetanei che si astengono dal caffè; le donne un rischio ridotto del 16%.

Cosa si nasconde dietro l’effetto del caffè? Gli autori dello studio restano cauti ma potrebbe essere che la nera bevanda, già in alcuni studi dimostratasi capace di difendere la salute del fegato e dal diabete, contenga sostanze benefiche per la salute generale dell’organismo; il caffè contiene oltre 1.000 sostanze diverse che andrebbero testate per verificarne i potenziali effetti sull’aspettativa di vita.

Camminare in menopausa aiuta il cuore

Una camminata di 40 minuti con regolarità e a passo medio-veloce è alleata del benessere del cuore in menopausa. Questa abitudine è infatti associata a una riduzione del 25% circa del rischio di insufficienza cardiaca (o scompenso cardiaco), una condizione in cui il cuore diventa troppo debole per pompare abbastanza sangue da soddisfare i bisogni del corpo. Il beneficio sembra essere indipendentemente dal peso corporeo o dall’esercizio svolto oltre alle camminate.

A evidenziarlo è uno studio condotto da Somwail Rasla, cardiologo al Saint Vincent Hospital che l’ha svolto durante la sua permanenza alla Brown University. La ricerca sarà presentata all’American College of Cardiology’s 67th Annual Scientific Session e ha analizzato le camminate a piedi e gli esiti in termini di salute relativi a 89.000 donne in un periodo di oltre 10 anni.

I dati sono tratti dalla Women’s Health Initiative, un ampio studio sulla salute delle donne, che ha raccolto informazioni sulle abitudini e la salute salute dal 1991 al 2005 di partecipanti che avevano tutte tra i 50 e i 79 anni al momento dell’inizio della ricerca. Gli studiosi hanno anche valutato il dispendio energetico complessivo delle donne mentre camminavano, tramite un calcolo noto come Metabolic Equivalent of Task (MET).

E’ emerso che quelle che facevano totalizzare i risultati migliori avevano il 25% in meno di probabilità di sviluppare insufficienza cardiaca rispetto a coloro che invece si collocavano al livello più basso. Frequenza, durata e velocità della camminata contribuivano in egual misura a questo beneficio complessivo. Le donne che camminavano almeno due volte alla settimana avevano un rischio di scompenso cardiaco inferiore del 20-25% rispetto a coloro che lo facevano meno frequentemente. Chi camminava per 40 minuti o più aveva un rischio inferiore del 21-25% rispetto a chi invece faceva passeggiate più brevi e anche il ritmo della camminata faceva la differenza. (ANSA)

Ansiosi? La chiave potrebbe stare nell’intestino

Ansiosi? La chiave potrebbe stare nei batteri dell’intestino. È stato infatti rilevato un legame tra alcuni regolatori dei geni nel cervello (detti microRNA), che giocano in ruolo chiave nell’ansia e in malattie correlate, e i batteri intestinali. È quanto emerge da uno studio dell’Università di Cork, in Irlanda, pubblicato sulla rivista Microbiome. Gli studiosi hanno preso in esame dei topi, scoprendo che i microRNA cambiavano negli animali liberi da microbi. Questi topi erano tenuti in una bolla libera da germi e mostravano in genere ansia, deficit nella socialità e nella cognizione e comportamenti simili alla depressione. In particolare, le zone più influenzate erano l’amidgala, che gestisce le emozioni, e la corteccia prefrontale, legata fra le altre cose all’espressione della personalità, al prendere delle decisioni. Tutte e due le aree coinvolte sono implicate nello sviluppo di ansia e depressione. «I microbi intestinali sembrano influenzare i microRNA nell’amigdala e nella corteccia prefrontale- spiega Gerard Clarke, tra gli autori dello studio- questo è importante perché possono influenzare processi fisiologici fondamentali per il funzionamento del sistema nervoso centrale e in regioni del cervello (come appunto l’amigdala e la corteccia prefrontale) che sono fortemente implicate nello sviluppo di ansia e depressione». (ANSA)

Gynostemma pentaphyllum

Chiamata jiaogulan dai cinesi e ribattezzata “pianta dell’immortalità”. In Oriente è conosciuta da secoli, ma solo recentemente si è iniziato a studiarla in modo scientifico. Le ricerche hanno evidenziato nella pianta la presenza di oligoelementi, amminoacidi, proteine, vitamine e numerose saponine che ne confermano le straordinarie proprietà antiossidanti.

La Gynostemma è un’adattogeno svolgendo un’azione sedativa naturale, perfetta in caso di stress, ansia, nervosismo. In più, contribuendo a mantenere le arterie pulite, è un alleato prezioso per il sistema circolatorio

Rallenta i processi d’invecchiamento tiene sotto controllo il colesterolo, aiuta la memoria e migliora la funzionalità del fegato. Stimola il metabolismo. migliorando la capacità del fegato di inviare zuccheri e carboidrati ai muscoli.

Gynostemma pentaphyllum Ethanolic Extract Protects Against Memory Deficits in an MPTP-Lesioned Mouse Model of Parkinson’s Disease Treated with L-DOPA.
Kim KS, et al. J Med Food. 2017

Immunomodulatory and Antioxidant Effects of Polysaccharides from Gynostemma pentaphyllum Makino in Immunosuppressed Mice.
Shang X, et al. Molecules. 2016

Flavonol glycosides from the aerial parts of Gynostemma pentaphyllum and their antioxidant activity.
Jang H, et al. Arch Pharm Res. 2016

Ameliorating effects of gypenosides on chronic stress-induced anxiety disorders in mice.
Zhao TT, et al. BMC Complement Altern Med. 2015
Full text

Anxiolytic effects of herbal ethanol extract from Gynostemma pentaphyllum in mice after exposure to chronic stress.
Choi HS, et al. Molecules. 2013

Idratazione del viso in estate

L’acqua è un elemento indispensabile per il benessere della pelle. Essa segue un percorso ben definito all’interno dei diversi strati della pelle: circola attraverso il sangue fino al derma, poi si diffonde dal derma fino agli strati superiori dell’epidermide per preservare l’idratazione cutanea.

Esistono alcuni fattori che alterano il film idrolipidico e possono pregiudicare una corretta idratazione: invecchiamento, ambiente, inquinamento, fumo, esposizioni ripetute al sole.

L’idratazione ed i trattamenti devono essere specifici per tipologia di pelle. In estate, grazie all’aumento delle temperature, la pelle tende a diventare mista tendenzialmente grassa e quindi più ricca di sebo. Pertanto, l’idratazione sarà ottimale utilizzando sieri dalla texture leggera e fluida.

Pantenolo in Seraqua™: combinazione perfetta per l’idratazione del viso
Seraqua™ è un siero base O/A ultraleggero con una formulazione elegante ed innovativa. È ideale per essere applicato sul viso.
La vitamina B5, più conosciuta con il nome di Pantenolo, è ritenuta preziosa in campo dermatologico grazie agli effetti antiossidanti e idratanti che la rendono un ingrediente fondamentale per i trattamenti cutanei. È una molecola naturale in grado di ripristinare efficacemente la funzione barriera della pelle e stimola la rigenerazione dei tessuti aumentando l’indice di idratazione cutanea.

Per la donna, pantenolo in Seraqua™ è una base idratante ideale, in particolare durante l’estate è una valida alternativa alle creme con una texture più ricca.

Per l’uomo, pantenolo in Seraqua™ è una combinazione ottimale anche come siero idratante dopo barba. Infatti, il pantenolo presenta un’azione emolliente, ideale per poter lenire la pelle irritata a seguito della rasatura.

Un’ottima formulazione per un integratore antiage

Licopene, Rosa Canina, Isoflavoni Di Soia, Vitamina E

Il licopene è un carotenoide, contenuto soprattutto nei vegetali rossi. Possiede un elevato potere antiossidante e un effetto protettivo contro i danni tissutali a breve e lungo termine indotti dalle radiazioni UV.
L’estratto di rosa canina si ottiene per estrazione a freddo, per conservare principi attivi termolabili contenuti. E’ la “sorgente naturale” più concentrata in Vitamina C (presente in quantità 50-100 volte superiore rispetto agli agrumi). Sono presenti nell’estratto i bioflavonoidi (rutina ed esperidina) che esercitano un’azione sinergica all’acido ascorbico.
L’estratto di Rosa Canina è ottimo in preparati cosmetici anti-invecchiamento (grazie all’azione anti-radicalica e antiossidante della Vit. C e A).

Gli isoflavoni di Soia sono tra i principi attivi più utilizzati nelle formule cosmetiche. Proteggono infatti pelle (e capelli) dall’ossidazione, dalle infiammazioni cutanee e dai raggi UV, regolano la sintesi della melanina, stimolano la produzione di collagene, di elastina e di acido jaluronico. Inibiscono l’elastasi, l’enzima responsabile della degradazione del collagene.

La vitamina E è particolarmente adatta nei cosmetici antirughe, anche per le pelli giovani, per l’azione preventiva dei processi ossidativi, nei cosmetici doposole per ridurre i danni e favorire la riparazione del tessuto e nei prodotti per la pelle delicata e sensibile La vitamina E sulla pelle crea un film protettivo che limita la perdita di acqua.

Quercetina e cibo

Mangiare quotidianamente alimenti ricchi in sostanzeantiossidanti come frutta e verdura aumenta la resistenza fisica nelle attivita’ sportive: ad affermarlo e’ un nuovo studio Usa condotto su un gruppo di studenti di college in buona salute. In particolare la sostanza che ha mostrato di aumentare la resistenza dei giovaniadulti sottoposti al test e’ la quercetina: un composto che si trova in forti quantita’ in mele rosse, cipolle rosse, broccoli, cavoli, fragole, te’ verde e nero, ed e’ conosciuto per aumentare l’energia a livello cellulare e combattere le infiammazioni. Ai volontari sono stati somministrati a settimane alterne 500 mg di quercetina ed e’ stato misurato l’ammontare di ossigeno assunto mentre si esercitavano su una ‘cyclette’ ed il tempo di durata della ginnastica. I ricercatori dell’universita’ di South Carolina in Columbia guidati dal professore Mark Davis hanno osservato nelle settimane in cui gli studenti prendevano il supplemento a base di quercetina un aumento della durata del tempo di esercizio sulla ‘cyclette’ del 13% e un incremento della capacita’ respiratoria dei volontari del 4%. (ANSA).

La Quercetina appartiene alla famiglia dei flavonoidi. Il detto che “una mela al giorno toglie il medico di torno” è proprio dovuto al contenuto in quercetina delle mele.

L’ attività antinfiammatoria della Quercetina è dovuta all’inibizione sui mediatori dell’infiammazione ( ciclossigenasi e lipossigenasi) con conseguente diminuzione delle citochine e leucotrieni.
La quercetina può aiutare nelle allergie a dosaggi da 500 a 1500 mg. Grazie alle sue proprietà antinfiammatorie e antiossidanti la quercetina può essere d’aiuto a mantenere sana la prostata e la vescica

Alimenti particolarmente ricchi di quercetina sono:
– il cappero (è la pianta che ne contiene la maggior quantità rispetto al peso)- l’uva rossa
– il vino rosso- la cipolla rossa,- la mela,- il tè verde- il mirtillo- la mela- il sedano.

 

Dietary nutraceuticals as backbone for bone health.
Pandey MK, Gupta SC, Karelia D, Gilhooley PJ, Shakibaei M, Aggarwal BB.
Biotechnol Adv. 2018 Mar 26. pii: S0734-9750(18)30065-X. doi: 10.1016/j.biotechadv.2018.03.014. [Epub ahead of print] Review.
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